Nutrizione

VO₂ max: cos’è e a cosa serve davvero

1. Il tuo “motore aerobico”, spiegato senza slogan

Il VO₂ max è la massima quantità di ossigeno che il corpo riesce a captare, trasportare e utilizzare durante uno sforzo progressivamente intenso fino al limite. In pratica descrive quanto bene lavorano insieme cuore, polmoni, circolo sanguigno e muscoli quando fai attività aerobica. Di solito viene espresso in millilitri di ossigeno per chilogrammo di peso corporeo al minuto, cioè mL/kg/min, ed è uno dei riferimenti più usati per descrivere la fitness cardiorespiratoria. Negli ultimi anni questa misura è stata considerata sempre più importante anche in ambito clinico, non solo sportivo, al punto che l’American Heart Association ha proposto di trattare la cardiorespiratory fitness come un vero segno vitale di salute.

Detto in modo molto semplice, il VO₂ max ti dice quanto è grande il tuo motore aerobico. Non coincide con la performance sportiva in senso assoluto, ma rappresenta una base fisiologica molto importante. Un valore più alto, in generale, indica una maggiore capacità di sostenere sforzi aerobici prolungati come corsa, ciclismo, nuoto o camminata veloce. Allo stesso tempo, livelli bassi di fitness cardiorespiratoria sono associati a un rischio cardiovascolare più elevato, motivo per cui oggi il VO₂ max interessa anche cardiologi, pneumologi e medici dello sport.

2. A cosa serve nella pratica

La prima utilità del VO₂ max è valutare la forma aerobica. Non è l’unico parametro che conta, ma è uno dei più solidi per capire quanto efficiente sia il sistema cardiorespiratorio durante lo sforzo. Per chi si allena, questo aiuta a collocare meglio il proprio livello di fitness e a seguire i progressi nel tempo con un indicatore abbastanza stabile e leggibile.

La seconda utilità è l’allenamento. Un test ben eseguito può aiutare a impostare meglio le intensità di lavoro, soprattutto se insieme al VO₂ max si analizzano anche le soglie ventilatorie o altri parametri del test cardiopolmonare. In altre parole, il numero da solo è utile, ma lo diventa molto di più quando viene inserito in un ragionamento più ampio sulla risposta del corpo allo sforzo.

La terza utilità è clinica. Il test cardiopolmonare da sforzo, cioè il CPET, viene usato per valutare la tolleranza all’esercizio, per aiutare nella diagnosi differenziale della dispnea da sforzo e, in alcuni contesti selezionati, per la stratificazione prognostica. Questo vale soprattutto in cardiologia e pneumologia, dove il picco di consumo di ossigeno e gli altri parametri ventilatori possono dare informazioni che un semplice elettrocardiogramma o una spirometria a riposo non riescono a offrire.

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3. Come si misura davvero

Il modo più accurato per misurare il VO₂ max è il test cardiopolmonare da sforzo con analisi dei gas respiratori, di solito su tapis roulant o cyclette. Durante il test il carico aumenta progressivamente e si misura direttamente quanta aria inspiri, quanta anidride carbonica produci e quanto ossigeno consumi. È questo il metodo considerato gold standard per la valutazione diretta della fitness cardiorespiratoria.

Qui vale una distinzione utile. Nel linguaggio comune si parla spesso di VO₂ max, ma nella pratica clinica e laboratoristica non sempre si documenta un vero plateau del consumo di ossigeno. Per questo in molti referti si trova anche il termine VO₂ peak, cioè il picco di consumo di ossigeno raggiunto nel test. Dal punto di vista pratico, è comunque una misura molto utile, soprattutto quando il test è stato eseguito bene e interpretato nel contesto giusto.

Esistono poi stime indirette ottenute tramite test submassimali, formule predittive o wearable. Questi strumenti sono comodi e spesso utili per monitorare tendenze, ma non equivalgono a una misura diretta di laboratorio. Una validazione del 2024 sull’Apple Watch Series 7, per esempio, ha mostrato un errore medio non trascurabile e una tendenza a sovrastimare o sottostimare il VO₂ max a seconda del livello di fitness dell’utente. Quindi i wearable possono essere interessanti per seguire l’andamento nel tempo, ma vanno letti con prudenza, soprattutto quando si vuole interpretare il dato in modo clinico o confrontare valori molto diversi tra loro.

4. Quando un VO₂ max è “buono”?

Qui nasce quasi sempre la confusione maggiore. Un VO₂ max buono non ha un valore unico valido per tutti, perché cambia con età, sesso e anche con il modo in cui il dato è stato ottenuto. Le classificazioni pratiche usate da molti dispositivi consumer derivano da tabelle di riferimento del Cooper Institute

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Sono classificazioni pratiche utili, ma vanno intese come riferimenti orientativi, non come verità assolute di laboratorio.

Se invece guardiamo i risultati ottenuti con test cardiopolmonare massimale su tapis roulant, come quelli del registro FRIEND, il quadro resta simile ma più rigoroso dal punto di vista metodologico, in questo registro infatti avremo come indicazione il 50° percentile, cioè il valore medio/centrale osservato in adulti sani sottoposti a test cardiopolmonare massimale.

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Nei dati di laboratorio, la fitness cardiorespiratoria cala mediamente di circa il 10% per decade. Per questo il VO₂ max va sempre interpretato nel contesto dell’età e del sesso.
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5. Cosa non ti dice da solo

Il VO₂ max è un indicatore molto utile, ma non è un voto assoluto sulla salute né un predittore perfetto della performance. Due persone con VO₂ max simile possono ottenere risultati sportivi molto diversi perché contano anche l’economia del gesto, la tecnica, la soglia ventilatoria o lattacida, la composizione corporea, la capacità di tollerare intensità elevate e la specificità dell’allenamento. Questo è uno dei motivi per cui negli sport di endurance seri il dato va sempre interpretato insieme ad altri parametri.

Anche in medicina, il numero da solo non basta. Un valore ridotto può essere molto importante, ma la sua interpretazione dipende dal quadro clinico, dal tipo di test, dalla presenza di sintomi e dagli altri risultati del CPET. Il punto utile, quindi, non è inseguire un numero magico, ma capire se quel valore è adeguato per età, sesso, contesto e obiettivo. In questo senso il VO₂ max è meno una pagella e più uno strumento: aiuta a capire meglio come funziona il tuo sistema cardiorespiratorio, ma va sempre letto con il giusto contesto.

Autore dell'articolo

Valerio Gamucci
Biologo Nutrizionista
Ordine dei Biologi della Lombardia
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Il Dott. Valerio Gamucci è biologo nutrizionista, fisioterapista e personal trainer. La sua formazione multidisciplinare gli consente di integrare alimentazione, esercizio fisico e conoscenze riabilitative nella costruzione di percorsi personalizzati, con particolare attenzione alla composizione corporea, alla performance e al benessere generale.

Ha conseguito la Laurea magistrale in Scienze della Nutrizione Umana e un Master di II livello in Dietologia e Nutrizione, dopo la Laurea in Fisioterapia ottenuta con 110 e lode presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha inoltre approfondito la fisioterapia sportiva, la rieducazione posturale e la programmazione dell’allenamento attraverso master e certificazioni specifiche.

All’interno di Theia accompagna le persone nel percorso nutrizionale, traducendo le evidenze scientifiche in strategie concrete e sostenibili. La combinazione di competenze nutrizionali, motorie e fisioterapiche gli permette di considerare alimentazione e movimento come elementi complementari, adattandoli alle caratteristiche e agli obiettivi della persona.

FAQ

1. Un VO₂ max alto significa essere in salute?

In generale un livello più alto di fitness cardiorespiratoria è associato a un profilo di salute migliore, ma il dato da solo non basta per giudicare lo stato di salute di una persona.

2. Lo smartwatch misura davvero il VO₂ max?

Di solito lo stima in modo indiretto. Può essere utile per seguire l’andamento nel tempo, ma non equivale a una misurazione di laboratorio.

3. Qual è un buon valore di VO₂ max?

Non esiste un numero valido per tutti. Un valore va interpretato in base a età, sesso, metodo di misurazione e obiettivo..

Contenuto revisionato da:

Gianluca Citino
Medico Chirurgo
Ordine dei Medici di Trapani
4393

Il Dott. Gianluca Citino è medico e Direttore sanitario di Theia, centro medico specializzato in nutrizione clinica, dove coordina l’attività sanitaria e contribuisce allo sviluppo di percorsi assistenziali fondati sulle evidenze scientifiche e sul lavoro multidisciplinare.

Laureato in Medicina e Chirurgia con 110 e lode presso l’Università degli Studi dell’Aquila, ha maturato esperienze formative anche in ambito oncologico presso il Beatson West of Scotland Cancer Centre di Glasgow. Da anni si dedica alla divulgazione scientifica sui temi della nutrizione, della prevenzione e della salute, rendendo comprensibili e accessibili anche gli argomenti più complessi.

È inoltre docente e responsabile scientifico di corsi ECM, attraverso i quali contribuisce alla formazione e all’aggiornamento continuo di medici, nutrizionisti e altri professionisti sanitari.

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