
“Mangio tanto ma non riesco a prendere peso.”
Sei stai leggendo questo articolo, probabilmente ti riconoscerai in questa frase.
In molti casi questa difficoltà deriva semplicemente da delle caratteristiche individuali legate ad un metabolismo “veloce”, alti livelli di attività fisica e da una componente genetica. Alcune persone hanno infatti un dispendio energetico molto alto o un livello elevato di movimento spontaneo quotidiano (NEAT) che rende difficile accumulare peso anche con pasti abbondanti.
La situazione cambia quando il fenomeno si accompagna a perdita di peso involontaria. In ambito clinico questa è considerata un possibile segnale di allarme, soprattutto quando supera circa il 5% del peso corporeo in pochi mesi, soglia spesso utilizzata nelle linee guida per decidere quando approfondire la valutazione medica.
Il primo passo è distinguere tra due situazioni molto diverse.
Se una persona è sempre stata magra e il peso rimane stabile nel tempo, di solito non si tratta di una malattia. In questi casi il motivo più comune è un equilibrio energetico reale tra calorie introdotte e calorie consumate, anche se la percezione può essere diversa.
Se invece il peso scende senza volerlo, soprattutto se in modo progressivo, è opportuno considerare possibili cause mediche.
Se rientri nella prima categoria, esistono diverse strategie utili per provare ad aumentare di peso.
La prima strategia è quella di rivedere il proprio bilancio energetico, aumentando le kcal giornaliere e accertandosi di seguire una alimentazione ipercalorica (sopra al proprio fabbisogno giornaliero).
Per fare questo sarà necessario calcolare il proprio metabolismo basale, NEAT (consumi dei movimenti giornalieri di vita comune) e l’ EAT (consumi dell’attività sportiva).
La somma di questi tre valori ci indicherà il proprio fabbisogno giornaliero. A questo, dovremo aggiungere un certo ammontare di kcal per garantire l’aumento di peso.
Attenzione: nei casi in cui si vuole aumentare di peso i dati stimati dalle formule non sono molto coerenti. Capita che il paziente mangia già molto di più rispetto alle quantità identificate ed è necessario partire già da una quote ben più alta.
Anche stress, ansia e sonno scarso possono influenzare appetito e regolarità dei pasti, rendendo difficile mantenere un surplus calorico costante.

Lo scoglio più grande sarà quello di riuscire a mangiare di più. Senza troppi fronzoli. Alcune strategie utili per mangiare di più senza soffrire troppo la sazietà possono essere:
1) Sfruttare alimenti ad alta densità energetica (cioccolata spalmabile, burro di arachidi, olio, ecc.)
2.) Ridurre il NEAT e l’EAT giornaliero (se si ha del margine) in quanto sono probabilmente queste due componenti le principali responsabili della difficoltà nell’aumentare di peso.
3) Sfruttare integratori come le maltodestrine o i mass gainer, nei casi limite (atleti che non possono rinunciare all’attività fisica o pazienti con difficoltà gastrointestinali).
Una delle condizioni classiche che può portare a perdita di peso nonostante un buon appetito è l’ipertiroidismo.
Le linee guida dell’American Thyroid Association descrivono la tireotossicosi come uno stato in cui il metabolismo aumenta significativamente. Questo può determinare un consumo energetico più elevato e quindi calo ponderale.
Di solito il dimagrimento non è l’unico sintomo. Spesso compaiono anche tachicardia, tremore, sudorazione, intolleranza al caldo, ansia o aumento della frequenza delle evacuazioni.

Un altro gruppo di condizioni riguarda l’apparato digerente.
Le linee guida gastroenterologiche della British Society of Gastroenterology indicano che diarrea cronica e malassorbimento devono essere valutati con particolare attenzione quando sono associati a calo di peso, anemia o segni di malnutrizione.
Una causa importante è la celiachia, che può manifestarsi con sintomi molto variabili. Le linee guida dell’American College of Gastroenterology aggiornate nel 2023 spiegano che non tutti i pazienti presentano la classica diarrea: a volte i segnali principali sono anemia, gonfiore addominale, stanchezza o difficoltà a mantenere il peso.
Anche le malattie infiammatorie intestinali, come la malattia di Crohn o la rettocolite ulcerosa, possono influire sull’assorbimento dei nutrienti e sulla nutrizione complessiva. Le linee guida nutrizionali dell’European Society for Clinical Nutrition and Metabolism sottolineano che queste condizioni possono portare a malnutrizione e perdita di peso se non adeguatamente gestite.

Esistono alcune situazioni in cui è prudente non ignorare il problema.
Se compare una perdita involontaria superiore al 5% del peso corporeo, oppure se il dimagrimento è accompagnato da sintomi come febbre persistente, sudorazioni notturne, diarrea cronica, sangue nelle feci, anemia, tachicardia o sete intensa, è ragionevole consultare un medico.
Questi segnali non indicano necessariamente una patologia grave, ma rientrano tra i cosiddetti “red flags” clinici che le linee guida suggeriscono di valutare in base all’entità della sintomatologia.
In alcuni casi sì. Alcune persone hanno un dispendio energetico elevato o un livello di attività quotidiana molto alto che rende difficile accumulare peso.
Una perdita involontaria superiore a circa il 5% del peso corporeo in pochi mesi è generalmente considerata un criterio per approfondire tramite una valutazione medica.
Tra le cause più note ci sono ipertiroidismo, diabete non diagnosticato, celiachia o altre condizioni gastrointestinali che alterano l’assorbimento dei nutrienti.