
I criteri di Roma sono una definizione clinica basata sui sintomi: aiutano il medico a riconoscere un quadro compatibile con la sindrome dell’intestino irritabile, ma non sono un esame e non bastano per un’autodiagnosi. Descrivono quale sintomo deve essere presente, con quale frequenza, da quanto tempo e in quale relazione con le evacuazioni.
Questa distinzione è importante perché l’IBS, comunemente chiamata colon irritabile, non possiede un biomarcatore capace di confermarla da solo. Non esiste quindi un valore del sangue, delle feci, una colonscopia o una biopsia che «risulti positiva» per l’IBS. Il medico arriva alla diagnosi mettendo insieme il quadro tipico, l’anamnesi, l’esame obiettivo e gli approfondimenti proporzionati al rischio.
Dal maggio 2026 l’edizione più recente è Roma V. I criteri Roma IV restano però molto rilevanti: sono ancora cercati dai pazienti e costituiscono la base di gran parte degli studi e delle linee guida pubblicati negli anni precedenti. Oggi una spiegazione corretta deve quindi mostrare sia Roma IV sia ciò che è cambiato con Roma V.
Secondo Roma IV, serve dolore addominale ricorrente in media almeno un giorno alla settimana negli ultimi tre mesi. Il dolore deve essere associato ad almeno due dei tre elementi seguenti.
a. Relazione con la defecazione. Il dolore può migliorare dopo essere andati in bagno, ma può anche peggiorare: «relazione» non significa necessariamente sollievo.
b. Variazione della frequenza delle feci. Le evacuazioni diventano più frequenti o meno frequenti rispetto al proprio andamento abituale.
c. Variazione della forma delle feci. La consistenza cambia verso feci più dure, più molli o acquose.
I criteri devono risultare soddisfatti negli ultimi tre mesi e l’esordio dei sintomi deve risalire ad almeno sei mesi prima della diagnosi. Gonfiore, urgenza, muco o sensazione di evacuazione incompleta possono accompagnare l’IBS, ma con Roma IV gonfiore o diarrea senza dolore non sono sufficienti a soddisfare la definizione.
Roma V reintroduce il discomfort addominale accanto al dolore e abbassa la soglia a tre giorni al mese negli ultimi tre mesi. Il sintomo deve essere ricorrente ma non continuo e deve rimanere associato ad almeno due fra defecazione, variazione della frequenza e variazione della forma delle feci. Anche in Roma V l’esordio deve risalire ad almeno sei mesi prima.
Il ritorno del termine discomfort permette di includere persone che descrivono pressione, pesantezza o una sensazione addominale sgradevole senza definirla vero e proprio dolore. Allo stesso tempo, la clausola «non continuo» prova a distinguere l’IBS dalle sindromi in cui il dolore addominale è costante e domina il quadro clinico.

Nuovo, però, non significa automaticamente più accurato in ogni contesto. Roma V è appena stato introdotto e i primi dati di validazione hanno sollevato dubbi soprattutto sul modo in cui viene interpretato il dolore continuo. Per questo i criteri vanno usati come una struttura clinica, non come un interruttore che produce da solo un sì o un no.
No: il consenso attuale propone una diagnosi positiva, accompagnata dall’esclusione mirata delle alternative plausibili. Significa riconoscere un quadro coerente, verificare che non vi siano elementi atipici o segnali d’allarme e richiedere gli esami realmente utili per quella persona. Non significa dimostrare l’assenza di ogni possibile malattia prima di pronunciare la diagnosi.
Le linee guida dell’American College of Gastroenterology e della British Society of Gastroenterology sostengono questo approccio. Anamnesi, visita e test limitati possono essere sufficienti quando i sintomi sono tipici e il rischio di una malattia organica è basso. In uno studio di follow-up su 373 adulti diagnosticati con Roma IV e indagini limitate, soltanto 4 persone, pari all’1,1%, hanno ricevuto nei circa quattro anni successivi una nuova diagnosi organica rilevante.

Non esiste un pannello universale valido per tutte le persone con sospetta IBS. Gli esami dipendono dal sintomo prevalente, dall’età, dalla durata, dai farmaci, dalla storia familiare, dai risultati già disponibili e dall’eventuale presenza di segnali d’allarme.
a. Esami ematici di base. La linea guida britannica indica emocromo, proteina C-reattiva o VES e sierologia per la celiachia alla prima presentazione. Servono a cercare elementi incompatibili con un quadro funzionale o alternative trattabili, non a «misurare» il colon irritabile.
b. Celiachia. L’American College of Gastroenterology raccomanda la sierologia soprattutto nelle persone con sintomi diarroici. Una metanalisi del 2025 su 7.209 pazienti con IBS ha stimato una prevalenza della celiachia confermata istologicamente del 2%, con variazioni legate alla popolazione studiata.
c. Calprotectina fecale e marker infiammatori. In presenza di diarrea e senza segnali d’allarme, calprotectina e proteina C-reattiva possono ridurre il sospetto di malattia infiammatoria intestinale. Una calprotectina bassa, però, non conferma l’IBS: rende meno probabile una specifica alternativa.
d. Esami delle feci per infezioni. Non sono indicati di routine in ogni sospetta IBS. Diventano più sensati se la storia suggerisce viaggi, acqua contaminata, esposizioni, diarrea acuta o altri fattori compatibili con un’infezione.
Altri test possono essere appropriati in casi selezionati, ma richiederli tutti «per sicurezza» aumenta il rischio di risultati casualmente alterati, ulteriori procedure e ritardi senza migliorare necessariamente la qualità della diagnosi.
La colonscopia non serve a confermare l’IBS e non è automatica quando i sintomi rispettano i criteri di Roma. La linea guida ACG sconsiglia la colonscopia di routine nelle persone con meno di 45 anni, sintomi compatibili e nessun segnale d’allarme. Questa soglia deriva dal contesto nordamericano e non significa che chiunque abbia più di 45 anni debba sottoporsi all’esame: screening, età, storia personale e raccomandazioni locali vanno considerati separatamente.
Gli elementi che possono giustificare approfondimenti più rapidi comprendono sangue visibile nelle feci o feci nere, anemia, dimagrimento involontario, febbre, sintomi notturni rilevanti, esordio in età più avanzata e familiarità per tumore colorettale, malattie infiammatorie intestinali o altre patologie gastrointestinali importanti.
Un segnale d’allarme non equivale a una diagnosi grave. Aumenta però la necessità di verificare alternative prima di attribuire i sintomi all’IBS. La colonscopia può essere indicata anche per lo screening oncologico indipendentemente dai disturbi intestinali o quando si sospettano condizioni come la colite microscopica.
Dolore intenso improvviso, sanguinamento importante, disidratazione, vomito persistente, addome molto teso o peggioramento generale non appartengono al normale percorso ambulatoriale del colon irritabile e richiedono una valutazione urgente.
Dopo aver riconosciuto l’IBS, il medico ne definisce il sottotipo osservando la forma delle feci nei giorni in cui l’alvo è anomalo. La classificazione usa la Bristol Stool Form Scale e dovrebbe essere valutata, per quanto possibile, senza farmaci che alterano la consistenza.
a. IBS-C, stipsi prevalente. Più del 25% delle evacuazioni anomale presenta feci dure o caprine, di tipo 1–2, mentre meno del 25% presenta feci molli o acquose, di tipo 6–7.
b. IBS-D, diarrea prevalente. Più del 25% presenta feci di tipo 6–7 e meno del 25% feci di tipo 1–2.
c. IBS-M, forma mista. Più del 25% presenta feci di tipo 1–2 e più del 25% feci di tipo 6–7.
d. IBS-U, non classificata. Il quadro soddisfa i criteri per l’IBS, ma la distribuzione della consistenza non consente di inserirlo nelle altre tre categorie.
Il sottotipo può cambiare nel tempo e non è una semplice etichetta: orienta la scelta delle terapie e impedisce di trattare allo stesso modo stipsi, diarrea e alternanza dell’alvo.
I criteri sono utili, ma nessuna versione identifica perfettamente tutti i casi clinici. Nel primo studio di accuratezza di Roma V, condotto in un centro specialistico britannico, 726 pazienti avevano dati completi e 590 ricevevano una diagnosi di IBS secondo lo standard clinico di riferimento.
Roma V ha mostrato una sensibilità del 66,1% e una specificità dell’80,1%. Nello stesso campione Roma IV raggiungeva una sensibilità del 78,9% e una specificità dell’81,0%. Tra i 200 pazienti con diagnosi clinica non riconosciuti da Roma V, il 71% veniva escluso perché riferiva dolore ogni giorno della settimana, non compatibile con il requisito «non continuo».
Questi dati non dimostrano che Roma V sia inutile. Mostrano che la sua applicazione richiede prudenza e ulteriore validazione, soprattutto fuori dai centri specialistici e nella pratica italiana. Una persona che non supera esattamente una soglia temporale o descrive il dolore come continuo può ancora avere un quadro clinicamente compatibile: il risultato negativo dei criteri non chiude da solo il ragionamento diagnostico.
Forse convivi da tempo con gonfiore, dolore o un intestino che non funziona come dovrebbe e dopo troppi esami ancora non hai risolto nulla.
Informarsi è importante, ma a volte non basta. Quando i sintomi restano nonostante gli esami negativi, serve un medico che li prenda sul serio e costruisca con te un percorso vero, non l'ennesima lista di cibi da evitare.
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La diagnosi nasce da un quadro sintomatologico coerente, da una valutazione clinica e da esami scelti in modo proporzionato, non da un singolo test e neppure da un’esclusione infinita. Roma IV richiede dolore almeno un giorno alla settimana; Roma V, pubblicato nel 2026, include dolore o discomfort almeno tre giorni al mese ma non continui.
Il medico deve poi verificare durata, relazione con l’alvo, sottotipo, farmaci, familiarità e segnali d’allarme. Celiachia, infiammazione e altre alternative vengono cercate quando il profilo clinico lo rende sensato. La colonscopia è uno strumento per rispondere a domande specifiche, non il test del colon irritabile.
La formula più corretta non è quindi «hai escluso tutto, perciò è IBS», ma «il quadro è compatibile con IBS e non emergono elementi che richiedano un percorso diverso». È una diagnosi vera, pur non essendo affidata a un biomarcatore.
Roma IV non è più l’edizione più recente: Roma V è stato pubblicato nel 2026. Roma IV resta però rilevante perché molte linee guida e ricerche correnti si basano su quella definizione e perché il confronto aiuta a interpretare correttamente i dati.
No. La colonscopia non conferma l’IBS e non è routinaria nei quadri tipici senza segnali d’allarme. Può essere indicata per screening, sangue nelle feci, anemia, calo ponderale, esordio atipico o sospetto di altre malattie.
No. Una calprotectina bassa rende meno probabile una malattia infiammatoria intestinale, ma non dimostra l’IBS. La diagnosi richiede sintomi compatibili, valutazione clinica e approfondimenti scelti in base al rischio.
Gastroenterology – Criteri Roma IV per i disturbi intestinali
Gastroenterology – Criteri Roma V per i disturbi intestinali
The Lancet Gastroenterology & Hepatology – Accuratezza diagnostica dei criteri Roma V
American Journal of Gastroenterology – Linea guida sulla sindrome dell’intestino irritabile
Gut – Linea guida britannica sulla sindrome dell’intestino irritabile
Clinical Gastroenterology and Hepatology – Durata della diagnosi positiva con indagini limitate
Clinical Gastroenterology and Hepatology – Diagnosi positiva rispetto alla strategia di esclusione
American Journal of Gastroenterology – Celiachia nei pazienti con criteri Roma III e IV