
L’amenorrea, cioè l’assenza di mestruazioni, in chi si allena molto viene ancora talvolta considerata un effetto “normale” dell’attività sportiva intensa.
In realtà non lo è.
Nella maggior parte dei casi rappresenta un segnale biologico ben preciso: l’organismo sta risparmiando energia. Quando l’energia disponibile non è sufficiente a coprire sia le richieste dell’allenamento sia le funzioni vitali, alcune attività considerate non essenziali per la sopravvivenza immediata, tra cui la funzione riproduttiva, vengono temporaneamente ridotte.
Questo quadro viene descritto come Amenorrea ipotalamica funzionale (FHA) ma il problema non riguarda solo l'assenza del ciclo. Una soppressione prolungata dell’asse ipotalamo–ipofisi–ovaio comporta bassi livelli di estrogeni, con possibili conseguenze su salute ossea (riduzione della densità minerale, aumento del rischio di fratture da stress), recupero, umore e persino performance.
In altre parole, l’amenorrea non è da sottovalutare nei soggetti che fanno molta attività sportiva.
La linea guida 2017 della Endocrine Society definisce la FHA come una condizione dovuta tipicamente a una combinazione di bassa disponibilità energetica, stress psicologico e allenamento intenso.
Dal punto di vista fisiologico, la riduzione della secrezione pulsatile di GnRH porta a un calo di LH e FSH e quindi di estrogeni.
Attenzione però: prima di attribuire tutto allo sport, è necessario escludere altre cause di amenorrea, tra cui gravidanza, patologie tiroidee, iperprolattinemia, insufficienza ovarica primaria o sindrome dell’ovaio policistico. La diagnosi di FHA è una diagnosi di esclusione.

Il trattamento di prima linea non è farmacologico, ma comportamentale.
Ripristinare l’energia disponibile aumentando l’introito calorico e ridurre i fattori di stress. Le linee guida sottolineano l’importanza di un supporto nutrizionale adeguato e, quando necessario, psicologico. Inoltre raccomandano attenzione precoce alla salute ossea, soprattutto in caso di amenorrea prolungata o fratture da stress.
Il consensus 2023 del International Olympic Committee amplia il concetto con il modello RED-S.
Di base è presente la condizione di bassa disponibilità energetica (LEA), che può verificarsi anche senza un disturbo alimentare evidente. La LEA può influenzare sistema ormonale, osseo, immunitario, cardiovascolare e psicologico. Un punto cruciale del documento è che l’energia disponibile è difficile da misurare con precisione nella pratica quotidiana: per questo si lavora su segni clinici, sintomi e fattori di rischio.
Già nel 2014, la Female Athlete Triad Coalition aveva descritto l’alta associazione tra bassa disponibilità energetica, disfunzione mestruale e riduzione della densità ossea.
Ci sono situazioni in cui non basta “mangiare di più” o ridurre un po’ gli allenamenti, ma serve una valutazione medica strutturata.
Secondo la American Society for Reproductive Medicine, nella valutazione dell’amenorrea è fondamentale escludere la gravidanza e monitorare almeno TSH e prolattina, oltre agli esami aggiuntivi che il medico clinico ritiene opportuni in base al quadro.
Alcuni segnali meritano attenzione immediata: amenorrea prolungata, calo ponderale significativo, comportamenti alimentari restrittivi o compulsivi, fratture da stress, bradicardia marcata, sincope, segni di iperandrogenismo, galattorrea o sintomi neurologici come cefalea persistente e alterazioni visive.
La salute ossea è un altro punto cruciale. Più a lungo dura la carenza estrogenica, maggiore è il rischio di riduzione della densità minerale e di fratture da stress. È per questo che sia la Triad sia il modello RED-S considerano la salute ossea come uno dei maggiori rischi di cui tener conto in questa condizione.

Nella realtà quotidiana raramente è un singolo allenamento intenso a determinare il problema. Più spesso si tratta di un accumulo progressivo di fattori: aumento di volume o intensità senza adeguato incremento dell’introito calorico, riduzione del peso o della massa grassa in tempi brevi, fame alterata, irritabilità, sonno disturbato, performance stagnante, recupero lento e comparsa di infortuni da sovraccarico.
La scomparsa o l’irregolarità del ciclo dopo un periodo di incremento del carico di allenamento è un segnale particolarmente significativo se associato a tutti questi altri possibili fattori.

Il primo passo è sempre clinico: escludere altre cause di amenorrea e inquadrare correttamente il problema.
Il secondo è intervenire sulla disponibilità energetica. Nella pratica significa quasi sempre aumentare l’introito calorico, ridurre temporaneamente il dispendio o entrambe le cose.
Un percorso tramite un professionista della nutrizione può aiutare in questi casi, garantendo un controllo aggiuntivo e un monitoraggio dei parametri.
Spesso è utile prevedere una fase di scarico o di riallineamento dell’allenamento, senza necessariamente interrompere l’attività sportiva, ma modulando volume e intensità fino a quando i segnali metabolici non migliorano.
Nei casi di amenorrea protratta o presenza di fratture da stress, può essere indicata una valutazione della densità ossea e un piano specifico di prevenzione.
Infine, quando emergono ansia marcata, perfezionismo rigido, controllo eccessivo del peso o comportamenti alimentari disfunzionali, la gestione dovrebbe essere multidisciplinare. In questa ottica è necessario valutare l’integrazione di un percorso psico-comportamentale.
Assolutamente no. Anche nelle atlete agoniste, l’assenza di ciclo è un segnale di squilibrio energetico o stress sistemico, non un adattamento “fisiologico” da ignorare.
Spesso l’aumento dell'introito calorico è la via principale, ma può essere necessario anche modulare l’allenamento e intervenire su stress psicologico o comportamenti alimentari disfunzionali.
Sì. La riduzione prolungata degli estrogeni può abbassare la densità minerale ossea e aumentare il rischio di fratture da stress, motivo per cui la valutazione precoce è importante.