
La pressione arteriosa elevata è uno dei principali fattori di rischio per ictus, infarto, scompenso cardiaco e malattia renale cronica.
Quando si parla di prevenzione, il primo consiglio che viene dato è quasi sempre lo stesso: ridurre il sale. È un’indicazione corretta, ma comunque parziale se paragonata all’intero contesto della persona.
Le più recenti linee guida europee e americane sottolineano che la pressione non dipende da un singolo nutriente, bensì da un insieme di fattori che includono peso corporeo, qualità complessiva della dieta, consumo di alcol, apporto di potassio e livello di attività fisica.
Concentrarsi esclusivamente sul sodio rischia di semplificare eccessivamente un problema che, nella pratica clinica, è molto più articolato.
Le linee guida ESC 2024, ESH 2023 e il documento multisocietario AHA/ACC 2025 concordano su un punto centrale: la riduzione del sodio è utile, ma deve essere inserita in una strategia globale sullo stile di vita.
Tra gli interventi dietetici prioritari viene indicato un modello alimentare di tipo DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension), caratterizzato da un’elevata presenza di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, latticini magri e pesce, con una riduzione significativa degli alimenti ultraprocessati.
Questo approccio agisce su più livelli. Non solo tende a ridurre l’apporto di sodio, ma aumenta quello di potassio e fibre, migliora il profilo metabolico e favorisce un miglior controllo del peso.
Le stesse linee guida evidenziano infatti che, in presenza di sovrappeso o obesità, la riduzione ponderale rappresenta una delle vie più efficaci per abbassare la pressione, con effetti che si estendono anche su insulino-resistenza, infiammazione sistemica e apnea ostruttiva del sonno.
Anche il consumo di alcol viene considerato un determinante importante, con una relazione dose-dipendente tra quantità assunta e aumento dei valori pressori.

Le revisioni sistematiche confermano questo quadro. Una meta-analisi pubblicata nel 2020 su Advances in Nutrition ha dimostrato che la dieta DASH riduce in modo significativo sia la pressione sistolica sia la diastolica rispetto alle diete di controllo, con effetti più evidenti nei soggetti che partono da un’assunzione elevata di sodio.
Non si tratta quindi solo di diminuire l’assunzione di sale, ma di un miglioramento strutturale della qualità alimentare, magari associata ad un deficit calorico (perdita di peso).
Per quanto riguarda il peso corporeo, una meta-analisi del 2023 sul Journal of Clinical Hypertension ha evidenziato che la perdita di peso negli individui in sovrappeso si associa a una riduzione proporzionale della pressione arteriosa. L’entità del beneficio varia tra gli studi, ma il risultato è complessivamente coerente: quando è presente un eccesso ponderale, intervenire sul peso è una delle strategie più solide.
Anche l’alcol mostra un effetto chiaro. Una revisione sistematica pubblicata sul BMJ nel 2017 ha documentato che la riduzione del consumo determina un abbassamento dei valori pressori soprattutto nei bevitori abituali con assunzioni medio-alte. Una meta-analisi del 2024 su Hypertension ha rafforzato l’evidenza di una relazione dose-risposta tra alcol e rischio di sviluppare ipertensione.
Sul fronte del potassio, una meta-analisi dose–risposta del 2020 sul Journal of the American Heart Association e un’analisi più recente del 2025 indicano che un adeguato apporto di potassio si associa a valori pressori più bassi, in particolare nei soggetti ipertesi. Tuttavia, gli autori sottolineano la necessità di prudenza verso supplementazioni elevate e non personalizzate.
Infine, il ruolo del sodio resta documentato. Una meta-analisi pubblicata su Circulation nel 2021 ha mostrato una relazione approssimativamente lineare tra riduzione del sodio e calo della pressione, con effetti più marcati nei soggetti con valori iniziali più elevati. Nella pratica quotidiana la quota maggiore di sodio proviene dagli alimenti industriali e confezionati, più che dal sale aggiunto a tavola. In tal senso sarebbe buona prassi limitare questa categoria di alimenti a favore di alternative meno processate.

Le linee guida sottolineano che ogni intervento nutrizionale deve essere adattato al contesto clinico. Nei pazienti con malattia renale cronica, iperpotassiemia o in terapia con ACE-inibitori, ARB o diuretici risparmiatori di potassio, un incremento marcato del potassio, soprattutto tramite integratori o sostituti del sale a base di cloruro di potassio, può essere rischioso.
Allo stesso modo, negli anziani fragili o in chi assume già terapia antipertensiva intensiva, cambi dietetici rilevanti possono potenziare l’effetto dei farmaci e richiedere un monitoraggio attento per evitare episodi di ipotensione.
Ridurre il sodio è una misura efficace e supportata da solide evidenze. Tuttavia, l’esperienza clinica e le meta-analisi mostrano che un modello alimentare di qualità, la gestione del peso corporeo e una moderazione del consumo di alcol possono incidere sulla pressione in modo altrettanto significativo.
La strategia più razionale non è individuare un unico colpevole, ma intervenire in modo coerente sui principali determinanti, integrando alimentazione, attività fisica e terapia farmacologica quando indicata.
È questa visione d’insieme, più che la sola eliminazione del sale, a fare la differenza nel controllo della pressione nel lungo periodo.

No. Ridurre il sodio è utile, ma il beneficio maggiore si ottiene intervenendo anche su peso corporeo, qualità della dieta e consumo di alcol.
Spesso no. La maggior parte del sodio nella dieta moderna proviene da alimenti industriali e ultraprocessati, più che dal sale usato in cucina.
Un apporto adeguato tramite alimenti ricchi di potassio può aiutare, ma integratori o sostituti del sale devono essere valutati con cautela in presenza di malattia renale o alcune terapie antipertensive.