
Il colesterolo LDL è una delle principali “materie prime” con cui si formano le placche aterosclerotiche nelle arterie. Per questo è al centro della prevenzione cardiovascolare.
Il punto chiave, però, è che non esiste un unico valore “normale” valido per tutti: oggi le raccomandazioni ragionano soprattutto in termini di rischio cardiovascolare globale e di obiettivi personalizzati, non di soglie uguali per ogni persona.
Colesterolo LDL significa colesterolo trasportato dalle lipoproteine a bassa densità.
Le LDL sono particelle che portano colesterolo dal fegato ai tessuti. Quando sono presenti in quantità elevate (o restano a lungo in circolo), aumentano la probabilità che il colesterolo si depositi nella parete delle arterie, favorendo l’aterosclerosi.
Per questo, un suo controllo periodico associato a sane abitudini è fondamentale per ridurre il rischio cardiovascolare complessivo.
Il primissimo step prevede il saper distinguere soglie di segnalazione e obiettivi clinici.
Le principali linee guida europee EAS/EFLM propongono cut-point utili per interpretare un referto di routine, come bussola iniziale:
Queste soglie non sono target terapeutici: servono a orientare una prima lettura dell’esame.

Le linee guida ESC/EAS 2019 impostano gli obiettivi in base al rischio cardiovascolare complessivo:
Per i trigliceridi, valori <150 mg/dL indicano in generale un rischio più basso; livelli più alti invitano a valutare fattori metabolici e di stile di vita.
Per l’HDL, le linee guida non fissano un obiettivo da raggiungere con terapie specifiche. Viene usato piuttosto come marcatore di rischio: nel consensus IDF sulla sindrome metabolica, il colesterolo HDL è considerato basso se <40 mg/dL negli uomini e <50 mg/dL nelle donne.
Messaggio pratico: nella persona sana i cut-off aiutano a orientarsi, ma l’LDL va sempre interpretato alla luce del rischio globale.

Quando non viene misurato direttamente con le analisi cliniche, il colesterolo LDL può essere stimato con la formula di Friedewald, riportata nelle linee guida europee:
Prova tu stesso tramite il nostro calcolatore online:
1. La formula è affidabile soprattutto se i trigliceridi sono < ~400 mg/dL.
2. Può perdere accuratezza quando l’LDL è molto basso (per esempio con terapie intensive).
3. Con trigliceridi elevati o situazioni particolari, il laboratorio può ricorrere a metodi diretti o ad altri indicatori (come non-HDL o ApoB), secondo i consensus europei.
Il colesterolo LDL è il principale marker dell’assetto lipidico che indica il rischio cardiovascolare, ma va sempre letto contestualizzandolo in base al tuo rischio cardiovascolare complessivo (età, pressione, fumo, diabete, familiarità).
I Trigliceridi sotto 150 mg/dL sono in genere un buon segnale; se sono più alti spesso conviene valutare il contesto: grasso viscerale, alcol, glicemia e abitudini alimentari.
L’HDL è più un indicatore di rischio (soprattutto se molto basso) che un marker diagnostico.
Se l’LDL è calcolato indirettamente e i trigliceridi sono alti, la stima può essere meno precisa: in questi casi ha senso guardare anche ad altri parametri consigliati dalle linee guida.
Non esiste un unico valore valido per tutti. Nelle persone a basso rischio cardiovascolare, valori sotto ~115 mg/dL possono essere considerati appropriati; se il rischio è maggiore, l’obiettivo diventa più basso.
Riferendosi al rischio, conta di più l’LDL. È il parametro principale usato dalle linee guida per stimare e ridurre il rischio cardiovascolare.
Sì, se i trigliceridi sono sotto circa 400 mg/dL. Con trigliceridi elevati o LDL molto basso, l’accuratezza della stima diminuisce ed è utile considerare altri parametri (come non-HDL o ApoB).