
Nel reflusso gastro-esofageo la dieta non serve solo a “spegnere” il bruciore del momento. In molte persone può ridurre la frequenza dei sintomi, migliorare il sonno e limitare il ricorso continuo ai farmaci al bisogno. Il punto chiave, però, è evitare l’idea della dieta perfetta uguale per tutti. Le evidenze migliori indicano che alcune leve funzionano davvero, mentre molte liste di cibi vietati hanno basi fragili o dipendono molto dalla sensibilità individuale.
Le raccomandazioni ufficiali sono piuttosto sobrie e poco sensazionalistiche.
La linea guida 2022 dell’American College of Gastroenterology sul GERD indica come misure cardine la perdita di peso in presenza di sovrappeso o obesità, l’evitare pasti serali tardivi e il rimanere in posizione eretta dopo aver mangiato. Per chi ha sintomi notturni è raccomandato sollevare la testata del letto. Sul fronte alimentare, il messaggio è chiaro: eliminare i cosiddetti “trigger” va fatto in modo individuale. Se caffè, cioccolato, bevande gassate, cibi grassi o speziati peggiorano i sintomi, ha senso limitarli; se non causano problemi evidenti, non è obbligatorio eliminarli a priori.
Indicazioni sovrapponibili arrivano dall’American Gastroenterological Association. Anche qui i due pilastri restano il dimagrimento quando indicato e la gestione della posizione e del sonno. Tutto il resto, dagli orari ai singoli alimenti, va adattato a ciò che il singolo paziente riconosce come precipitante.
Nel Regno Unito, la linea guida NICE (aggiornata 2019) invita a fornire semplici consigli di stile di vita: alimentazione equilibrata, riduzione del peso se necessario, stop al fumo. Suggerisce di evitare alcol, caffè, cioccolato e cibi grassi solo se il paziente li identifica come fattori scatenanti, e conferma che il pasto serale lontano dal sonno e la testata del letto rialzata possono aiutare alcune persone.
Nel complesso, le linee guida spostano l’attenzione da “cibi proibiti” a peso corporeo, timing dei pasti e personalizzazione.
Se si guarda alla letteratura di alto livello, emerge un dato forse sorprendente: l’evidenza sugli interventi dietetici nel reflusso è relativamente limitata rispetto alla quantità di consigli che circolano.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024 sugli interventi dietetici nel GERD mostra che, tra le varie strategie studiate, le diete a contenuto ridotto di carboidrati si associano a un miglioramento dei sintomi e di alcuni parametri strumentali, come l’esposizione acida esofagea. Gli stessi autori, però, sottolineano i limiti importanti: studi pochi, campioni piccoli e disegni eterogenei. In altre parole, è un segnale interessante, ma non può essere un'indicazione standard da suggerire.
Proprio per questi limiti, le linee guida continuano a dare priorità a interventi con miglior rapporto tra plausibilità biologica, utilità clinica e fattibilità quotidiana, come la gestione del peso e degli orari dei pasti, piuttosto che a schemi alimentari rigidi.
Ci sono situazioni in cui la dieta non deve diventare un alibi per rimandare accertamenti. Difficoltà a deglutire, perdita di peso non intenzionale, vomito persistente, sanguinamento o anemia, dolore importante o sintomi nuovi e progressivi sono considerati campanelli d’allarme nelle raccomandazioni di gestione e richiedono una valutazione medica.
In gravidanza o durante alcune terapie farmacologiche il reflusso può peggiorare. In questi casi le modifiche alimentari restano utili, ma spesso non sono sufficienti da sole e vanno integrate con strategie concordate con il clinico.
Tradurre le evidenze in indicazioni utili per la vita quotidiana significa semplificare senza banalizzare.
Se c’è sovrappeso, anche una riduzione ponderale graduale può ridurre la pressione addominale e migliorare i sintomi: è uno degli interventi con il consenso più ampio tra le linee guida. Allo stesso modo, evitare di coricarsi subito dopo cena e lasciare almeno due o tre ore tra l’ultimo pasto e il sonno può fare una grande differenza sul reflusso notturno.
Molte persone tollerano bene certi alimenti a pranzo, ma peggiorano la sera. Ridurre il “carico” del pasto serale, scegliendo porzioni più contenute, cotture semplici e meno grassi aggiunti, è spesso più efficace che eliminare cibi a caso.
I cosiddetti trigger alimentari vanno gestiti come un esperimento personale. Sceglierne uno o due sospetti, sospenderli per un paio di settimane e poi reintrodurli aiuta a capire se valgono davvero la rinuncia. Se non cambia nulla, non ha senso vivere con restrizioni inutili.
Infine, è importante ricordare che una parte dei pazienti necessita comunque di terapia farmacologica o di una rivalutazione diagnostica. Non è un fallimento della dieta, ma una caratteristica del disturbo.
No. Le linee guida non supportano liste universali di alimenti proibiti. Alcuni cibi peggiorano i sintomi in alcune persone, ma l’effetto è altamente individuale.
Sì. La perdita di peso in presenza di sovrappeso è uno degli interventi con l’evidenza più solida e può ridurre in modo significativo la frequenza dei sintomi.
Ridurre zuccheri e farine raffinate può essere un tentativo se gli altri approcci dietetici non hanno dato i risultati sperati, ma la dieta low-carb non è un modello universale, né rappresenta l'approccio di riferimento da applicare a tutti indistintamente.