
L’insulino-resistenza è una condizione in cui muscolo, fegato e tessuto adiposo rispondono meno all’insulina. Per mantenere la glicemia nei limiti, il pancreas produce più insulina; nel tempo questo equilibrio può rompersi, aumentando il rischio di prediabete, diabete tipo 2, steatosi epatica metabolica (MASLD, ex NAFLD) e malattia cardiovascolare.
Non esiste una “regola singola” che la risolva. La dieta funziona quando migliora il peso (se in eccesso), la qualità complessiva dell’alimentazione e la gestione dei carboidrati all’interno di un pattern sostenibile.
Gli ADA Standards of Care 2026 nelle sezioni su prevenzione del diabete e terapia nutrizionale sono molto chiari: nelle persone con prediabete o alto rischio (scenario clinicamente vicino all’insulino-resistenza) la priorità è un pattern alimentare basato su evidenze, associato a una perdita di peso clinicamente significativa quando c’è sovrappeso.
Tra i pattern con evidenza per prevenire o ritardare il diabete tipo 2, ADA cita esplicitamente dieta mediterranea e approcci a ridotto contenuto di carboidrati, sempre in modo individualizzato.
Un altro punto centrale degli ADA 2026 è che non esiste una percentuale “magica” di macronutrienti valida per tutti. La distribuzione di carboidrati, grassi e proteine va personalizzata in base a preferenze, obiettivi metabolici e sostenibilità nel tempo. L’aderenza è considerata una variabile clinica, non un dettaglio.
Quando all’insulino-resistenza si associa steatosi epatica, le linee guida congiunte EASL–EASD–EASO 2024 indicano come cardine la riduzione del peso e un’alimentazione di alta qualità, spesso descritta come stile mediterraneo, per migliorare sia il profilo metabolico sia il fegato grasso. Anche qui il focus non è una moda nutrizionale, ma un intervento strutturato e mantenibile.
Le sintesi della letteratura sulla dieta mediterranea in contesti metabolici (prediabete, sindrome metabolica, diabete) mostrano in media miglioramenti coerenti su indicatori cardiometabolici e, in diversi studi, anche su HOMA-IR e insulinemia. Il limite principale è l’eterogeneità degli studi e il fatto che parte dell’effetto passa attraverso la perdita di peso e la migliore qualità complessiva della dieta.
Le meta-analisi sulle diete a restrizione di carboidrati riportano miglioramenti su vari fattori di rischio glicometabolico in alcune persone. Tuttavia, la definizione di “low-carb” varia molto tra studi e la sostenibilità a lungo termine resta il punto critico. In pratica, può essere un’opzione valida se ben formulata con fibre adeguate, qualità dei grassi e proteine sufficienti e se è compatibile con lo stile di vita della persona.
Per quanto riguarda il digiuno intermittente, una meta-analisi pubblicata su Advances in Nutrition nel 2024 indica che le strategie di restrizione energetica intermittente non risultano globalmente superiori alla restrizione continua per molti esiti metabolici. Alcune varianti possono migliorare HOMA-IR in sottogruppi, ma il messaggio pratico è che conta soprattutto il bilancio energetico complessivo e l’aderenza nel tempo. Non esiste un “reset dell’insulina” indipendente dalla riduzione calorica.
Alcune situazioni richiedono particolare prudenza.
Chi ha diabete in terapia con insulina o sulfaniluree deve evitare cambi drastici nella quota di carboidrati senza adeguamento farmacologico, per il rischio di ipoglicemia.
In presenza di malattia renale cronica o rischio di iperpotassiemia, diete molto ricche di proteine o ricorso disinvolto a sostituti del sale possono essere inappropriate.
Gravidanza, allattamento e disturbi del comportamento alimentare sono contesti in cui approcci restrittivi marcati low-carb estreme o digiuni aggressivi non sono indicati senza una valutazione specialistica.
Le linee guida insistono su un principio semplice: personalizzare e integrare la nutrizione nel quadro clinico complessivo.
Se c’è sovrappeso, la leva più trasversale resta il dimagrimento sostenibile. Anche una riduzione moderata del peso corporeo può migliorare sensibilità insulinica, glicemia e trigliceridi. È il motivo per cui le linee guida lo mettono al centro.
Come base, uno schema di tipo mediterraneo rappresenta spesso il punto di partenza più solido: ampia presenza di verdure e legumi, cereali integrali in porzioni coerenti con l’obiettivo calorico, olio d’oliva come principale fonte di grassi, pesce e frutta secca, con riduzione di ultraprocessati e zuccheri aggiunti.
Se una moderata riduzione dei carboidrati aiuta a controllare fame, può essere adottata senza scivolare in estremi. Il focus non è demonizzare i carboidrati, ma migliorarne qualità e quantità: meno bevande zuccherate e dolci frequenti, più fibre e porzioni adeguate al proprio fabbisogno. Proteine sufficienti soprattutto in fase di dimagrimento e prevalenza di grassi insaturi completano il quadro.
Un approccio pragmatico può essere testare per alcune settimane una base mediterranea con distribuzione più attenta dei carboidrati nell’arco della giornata, monitorando peso, circonferenza vita, fame, energia e, quando indicato, parametri come glicemia a digiuno o HbA1c. Non è ideologia nutrizionale: è un modo strutturato per capire cosa funziona davvero nel proprio caso.
L’insulino-resistenza non si affronta con un singolo alimento o una moda dietetica. Si gestisce con un modello coerente, sostenibile e clinicamente integrato.
Entrambe possono essere efficaci se migliorano peso e qualità alimentare. La scelta dipende da preferenze, risposta metabolica e sostenibilità individuale.
Le evidenze non mostrano un vantaggio metabolico indipendente dalla riduzione calorica complessiva. L’effetto dipende soprattutto dal bilancio energetico e dall’aderenza
No. Le linee guida non raccomandano eliminazioni drastiche universali. È più utile migliorarne qualità e quantità, privilegiando fibre e fonti integrali.
ADA Standards of Care in Diabetes 2026, Sezione 3 “Prevention or Delay of Diabetes…” EASL–EASD–EASO Clinical Practice Guidelines on MASLD/NAFLD .Schroor MM, et al. Intermittent energy restriction vs continuous restriction: systematic review and meta-analysisFeng S, et al. Carbohydrate-restricted diet types and insulin resistance outcomes Pi S, et al. Low-carbohydrate diets and cardiometabolic risk factors in metabolic disease: systematic review and meta-analysis