Nutrizione

Insulino-resistenza e nutrizione: la guida definitiva

1. Insulino-resistenza e nutrizione: cosa dice davvero la scienza?

L’insulino-resistenza (IR) è un meccanismo centrale nella genesi del diabete tipo 2 e del rischio cardiometabolico. 

Ma cosa significa, concretamente, essere insulino-resistenti? 

E, soprattutto, che ruolo ha l’alimentazione nella prevenzione e nel trattamento di questa condizione?

Oggi, grazie a linee guida internazionali e meta-analisi di alta qualità, abbiamo una risposta chiara: la nutrizione è il primo strumento terapeutico per affrontare l’insulino-resistenza.

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2. Insulino-resistenza: perché è importante conoscerla

Essere insulino-resistenti significa che le cellule dell’organismo rispondono meno efficacemente all’azione dell’insulina

Questo porta a un compenso da parte del pancreas, che produce più insulina, e nel tempo può innescare uno squilibrio metabolico: glicemia in salita, accumulo di grasso viscerale, aumento del rischio cardiovascolare e, nei casi più avanzati, progressione verso il diabete tipo 2.

Le ADA Standards of Care 2025 sottolineano che in caso di prediabete e IR la Terapia Nutrizionale è un pilastro fondamentale. Anche una modesta perdita di peso può avere un impatto significativo sulla sensibilità insulinica e sulla prevenzione del diabete.

3. Nutrizione e insulino-resistenza: i pilastri da considerare

Il ruolo chiave del bilancio energetico

Ridurre le calorie, se fatto in modo sostenibile, resta l’intervento più efficace per migliorare l’IR. 

Non servono diete estreme: anche un calo ponderale del 5–7% può migliorare sensibilmente glicemia e insulinemia. 

La chiave sta nella sostenibilità del percorso, per garantire una maggior compliance del paziente nel medio-lungo periodo.

Quale schema alimentare scegliere?

Diverse diete sono state studiate con buoni risultati, purché sostenibili e ben strutturate:

  • Dieta Mediterranea: tra le più validate, migliora il profilo lipidico e l’infiammazione. È indicata anche nei pazienti con Steatosi Epatica non Alcolica (NAFLD), dove si associa a riduzione della steatosi e della resistenza insulinica.

  • Approcci Low-carb e chetogenica: efficaci nel breve termine su peso, HbA1c e sensibilità insulinica. In alcuni casi, nel diabete di tipo 2, si è osservata anche una remissione. 

Tuttavia, la compliance sul lungo periodo non è costante e spesso si verificano abbandoni prematuri del percorso: si tratta di approcci da valutare individualmente e unicamente sotto supervisione medica, considerando aderenza e profilo di rischio. 

  • Dieta DASH e plant-based: migliorano i parametri cardiovascolari e, se ben bilanciate (ricche in fibre, moderate nei carboidrati raffinati), possono ridurre l’IR. Anche qui è bene che ci sia la supervisione di un professionista, per evitare possibili rischi da ipovitaminosi e deficit nutrizionali.

Fibre e carboidrati: la qualità conta

Non tutti i carboidrati sono uguali. Le evidenze sono solide: più fibre (≥25–29 g/die), cereali integrali, legumi e ortaggi migliorano glicemia e sensibilità insulinica. Anche il carico glicemico dei pasti va tenuto sotto controllo, soprattutto se l’obiettivo è il deficit energetico.

Grassi: meglio quelli insaturi

Sostituire i grassi saturi con mono- e polinsaturi (come quelli dell’olio d’oliva, frutta secca, semi, pesce azzurro) migliora l’omeostasi glucidica. Una meta-analisi ha mostrato che, a parità di calorie, i PUFA migliorano insulinemia e sensibilità all’insulina rispetto ai carboidrati raffinati o ai grassi saturi.

Zuccheri liberi: attenzione alle bevande

Le linee guida OMS raccomandano di mantenere gli zuccheri liberi sotto il 10% dell’apporto calorico giornaliero, idealmente sotto il 5%. Le bevande zuccherate sono tra i principali responsabili di eccessi silenziosi. 

Il loro consumo abituale è spesso associato ad un aumentato rischio di sviluppare Diabete di tipo 2. Una alternativa valida è rappresentata dalle bevande zero.

4. E in condizioni speciali?

L’insulino-resistenza è un elemento centrale anche in alcune condizioni cliniche specifiche:

  • NAFLD: la dieta mediterranea è l’unica raccomandata con dati consistenti da RCT e meta-analisi.

  • PCOS (sindrome dell’ovaio policistico): le linee guida internazionali 2023 indicano l’intervento nutrizionale e comportamentale come prima linea di trattamento per migliorare ovulazione, insulinemia e peso corporeo.

5. Cosa fare nella pratica

La strategia vincente inizia da un deficit calorico sostenibile, abbinato a uno schema alimentare di qualità che il paziente riesca a seguire nel tempo

Le linee guida principali da perseguire sono:

  • Costruire il piano su verdure, legumi, frutta intera, cereali integrali, pesce, frutta secca e olio d’oliva.

  • Limitare zuccheri liberi, bevande zuccherate, e alimenti ultra-processati.

  • Valutare schemi IF o low-carb solo se compatibili con la terapia, l’aderenza e i target clinici e unicamente sotto supervisione medica.

Puntare a fibre ≥30 g/die, con attenzione alla densità energetica e al senso di sazietà.

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FAQ

L’insulino-resistenza significa avere già il diabete?

No. È una condizione precedente al diabete tipo 2 e rappresenta una fase in cui l’intervento nutrizionale può prevenire o ritardare la progressione della malattia.

Meglio una dieta low-carb o mediterranea per l’insulino-resistenza?

Entrambe possono essere efficaci. La dieta mediterranea ha le evidenze più solide sul lungo periodo, mentre le low-carb possono funzionare nel breve termine se ben seguite e supervisionate.

Basta togliere zuccheri e dolci per migliorare l’insulino-resistenza?

Ridurre zuccheri e bevande zuccherate è importante, ma non sufficiente da solo. Serve lavorare sull’equilibrio complessivo della dieta, sul peso corporeo e sulla qualità degli alimenti.

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