
L’insulino-resistenza (IR) è un meccanismo centrale nella genesi del diabete tipo 2 e del rischio cardiometabolico.
Ma cosa significa, concretamente, essere insulino-resistenti?
E, soprattutto, che ruolo ha l’alimentazione nella prevenzione e nel trattamento di questa condizione?
Oggi, grazie a linee guida internazionali e meta-analisi di alta qualità, abbiamo una risposta chiara: la nutrizione è il primo strumento terapeutico per affrontare l’insulino-resistenza.
Essere insulino-resistenti significa che le cellule dell’organismo rispondono meno efficacemente all’azione dell’insulina.
Questo porta a un compenso da parte del pancreas, che produce più insulina, e nel tempo può innescare uno squilibrio metabolico: glicemia in salita, accumulo di grasso viscerale, aumento del rischio cardiovascolare e, nei casi più avanzati, progressione verso il diabete tipo 2.
Le ADA Standards of Care 2025 sottolineano che in caso di prediabete e IR la Terapia Nutrizionale è un pilastro fondamentale. Anche una modesta perdita di peso può avere un impatto significativo sulla sensibilità insulinica e sulla prevenzione del diabete.

Ridurre le calorie, se fatto in modo sostenibile, resta l’intervento più efficace per migliorare l’IR.
Non servono diete estreme: anche un calo ponderale del 5–7% può migliorare sensibilmente glicemia e insulinemia.
La chiave sta nella sostenibilità del percorso, per garantire una maggior compliance del paziente nel medio-lungo periodo.
Quale schema alimentare scegliere?
Diverse diete sono state studiate con buoni risultati, purché sostenibili e ben strutturate:
Tuttavia, la compliance sul lungo periodo non è costante e spesso si verificano abbandoni prematuri del percorso: si tratta di approcci da valutare individualmente e unicamente sotto supervisione medica, considerando aderenza e profilo di rischio.
Non tutti i carboidrati sono uguali. Le evidenze sono solide: più fibre (≥25–29 g/die), cereali integrali, legumi e ortaggi migliorano glicemia e sensibilità insulinica. Anche il carico glicemico dei pasti va tenuto sotto controllo, soprattutto se l’obiettivo è il deficit energetico.
Sostituire i grassi saturi con mono- e polinsaturi (come quelli dell’olio d’oliva, frutta secca, semi, pesce azzurro) migliora l’omeostasi glucidica. Una meta-analisi ha mostrato che, a parità di calorie, i PUFA migliorano insulinemia e sensibilità all’insulina rispetto ai carboidrati raffinati o ai grassi saturi.
Le linee guida OMS raccomandano di mantenere gli zuccheri liberi sotto il 10% dell’apporto calorico giornaliero, idealmente sotto il 5%. Le bevande zuccherate sono tra i principali responsabili di eccessi silenziosi.
Il loro consumo abituale è spesso associato ad un aumentato rischio di sviluppare Diabete di tipo 2. Una alternativa valida è rappresentata dalle bevande zero.

L’insulino-resistenza è un elemento centrale anche in alcune condizioni cliniche specifiche:
La strategia vincente inizia da un deficit calorico sostenibile, abbinato a uno schema alimentare di qualità che il paziente riesca a seguire nel tempo.
Le linee guida principali da perseguire sono:
Puntare a fibre ≥30 g/die, con attenzione alla densità energetica e al senso di sazietà.
No. È una condizione precedente al diabete tipo 2 e rappresenta una fase in cui l’intervento nutrizionale può prevenire o ritardare la progressione della malattia.
Entrambe possono essere efficaci. La dieta mediterranea ha le evidenze più solide sul lungo periodo, mentre le low-carb possono funzionare nel breve termine se ben seguite e supervisionate.
Ridurre zuccheri e bevande zuccherate è importante, ma non sufficiente da solo. Serve lavorare sull’equilibrio complessivo della dieta, sul peso corporeo e sulla qualità degli alimenti.