Nutrizione

Perché dimagrire è difficile? Stallo e recupero di peso spiegati dalle linee guida

1. Perché dimagrire è difficile e perché lo “stallo” non è un fallimento

Quando una persona con obesità dimagrisce e poi si blocca, o recupera parte del peso, la spiegazione più comune è “manca costanza”. Le linee guida più recenti invitano invece a cambiare prospettiva: l’obesità è una condizione cronica e recidivante, in cui il peso è regolato da sistemi neuro-ormonali e dall’ambiente, non solo da scelte individuali. In pratica, dopo la perdita di peso il corpo tende a “difendere” le riserve energetiche con adattamenti biologici prevedibili. Questo non rende impossibile dimagrire, ma aiuta a capire perché mantenere il risultato è spesso più difficile che ottenerlo.

2. Cosa dicono le linee guida: obesità come malattia cronica, non come colpa

Siamo di fronte a un vero e proprio cambio di paradigma: negli ultimi anni si è passati dal etichettare il paziente come svogliato a rendersi conto che l'obesità è una malattia cronica e che va trattata come tale. Tre delle principali linee guida hanno spostato quindi il focus su approcci multimodalli di lungo periodo:

1) Il consensus/algoritmo AACE 2025 definisce l’obesità come adiposity-based chronic disease e insiste su strategie personalizzate, orientate alle complicanze e sostenibili nel lungo periodo: non perché “si è pessimisti”, ma perché la biologia spinge al recupero e l’intensità della cura va modulata nel tempo.
2) Il Canadian Adult Obesity CPG sulla farmacoterapia è altrettanto esplicito nel collocare gli interventi (stile di vita e, quando indicati, farmaci o chirurgia) dentro una gestione long-term, anche perché l’interruzione delle strategie efficaci può favorire recupero di peso e perdita di benefici.
3) Il framework EASO (consensus europeo 2024 e successivi documenti) sposta l’attenzione da “peso = colpa” a “obesità = condizione clinica”, proponendo di definire gravità e priorità anche in base alle complicanze e di scegliere interventi proporzionati e mantenibili, come si fa nelle altre patologie croniche.

3. Tre meccanismi che spiegano stallo e recupero: meno consumo, più fame, mantenimento difficile

I motivi che portano il paziente a riprendere peso sono molti, ma i meccanismi più importanti sono:

a) Un primo meccanismo è che, dopo il dimagrimento, il corpo può consumare meno energia del previsto. Una revisione sistematica sul British Journal of Nutrition (2022) ha valutato l’adaptive thermogenesis dopo una fase di bilancio energetico negativo: in molte persone il dispendio energetico si riduce più di quanto ci si aspetterebbe dalla sola perdita di massa corporea. L’entità varia molto da individuo a individuo e dipende anche da quanto e quanto rapidamente si perde peso, ma l’idea di fondo è importante: a parità di stile di vita, il corpo può “diventare più efficiente”, rendendo più difficile continuare a perdere e più facile recuperare.

2) Il secondo meccanismo riguarda fame e sazietà. Dopo la perdita di peso, diversi segnali legati all’appetito possono spostarsi verso una maggiore spinta a mangiare. Una review del 2025 sulle risposte dei principali “gut hormones” dopo dimagrimento ottenuto con restrizione calorica, esercizio o combinazione dei due descrive queste modifiche come adattamenti fisiologici compatibili con un rischio aumentato di recupero ponderale. Tradotto: non è raro sentirsi più affamati o “meno sazi” rispetto a prima, anche se l’intenzione è mantenere le nuove abitudini.

3) Il terzo punto è che mantenere richiede spesso più “cura continuativa” di quanto ci si aspetti. Una revisione del 2023 che ha analizzato il recupero di peso dopo la fine dei programmi comportamentali mostra un andamento frequente: quando l’intensità del programma diminuisce, il peso tende a risalire gradualmente nel tempo. Non significa che gli interventi comportamentali “non servano”, ma che l’extended care (follow-up, aggiustamenti, supporti) fa una differenza reale sulla tenuta del risultato.

4. Oltre la caloria: la rete delle resistenze al dimagrimento

L'obesità severa non è quasi mai il risultato di una singola scelta errata, ma l'esito di un sistema complesso in equilibrio precario. Quando la patologia si complica, entrano in gioco meccanismi che rendono il deficit calorico una sfida non solo psicologica, ma fisiologica.

Ogni complicazione agisce come un ostacolo specifico che sabotano i pilastri del dimagrimento:

1) La Barriera del Movimento: Il dolore cronico e l'artrosi non limitano solo l'esercizio fisico volontario, ma riducono drasticamente la termogenesi legata alle attività quotidiane (NEAT), rendendo il metabolismo più rigido.

2) L'Effetto Domino del Sonno: Le apnee notturne alterano i livelli di grelina (l'ormone della fame) e leptina (quello della sazietà). Chi dorme male non solo è più stanco, ma ha biologicamente più fame il giorno successivo.

3) Il Carico Farmacologico: Molti pazienti assumono farmaci necessari (corticosteroidi, alcuni antidepressivi o antipsicotici) che, come effetto collaterale, alterano l'accumulo di grasso o bloccano il segnale di sazietà a livello cerebrale.

Le più recenti linee guida internazionali (come quelle dell'EASO o dell'ACE) hanno abbandonato l'approccio diet-centered a favore di quello multimodale. Il principio è semplice quanto rivoluzionario:

Non è possibile chiedere a un paziente di scalare una montagna (il dimagrimento) mentre porta uno zaino pieno di sassi (le complicazioni). Il primo passo della terapia è svuotare lo zaino.

Trattare l'ansia, migliorare la qualità del sonno o ottimizzare una terapia farmacologica significa ripristinare l'aderenza del paziente. Se il corpo smette di lottare contro se stesso (grazie a meno dolore, più energia e un umore stabile), le scelte alimentari corrette non sono più un atto di eroismo quotidiano, ma una naturale conseguenza di un sistema che torna in equilibrio.

5. In pratica: un modo più utile di impostare il percorso

Se ci si aspetta che il corpo opponga resistenza, lo stallo cambia significato: non è una prova di scarsa volontà, ma un segnale che il piano va adattato. È qui che l’approccio “chronic care” diventa concreto: continuità di follow-up, obiettivi realistici, aggiustamenti progressivi e un lavoro esplicito su ambiente e routine (sonno, stress, spesa, pasti, movimento sostenibile). L’evidenza sul lungo termine tende a premiare proprio ciò che è meno spettacolare ma più efficace: accompagnamento continuativo e strategie mantenibili.

Quando c’è obesità moderata-grave e/o complicanze, ha senso discutere con un clinico un modello integrato: nutrizione e attività fisica adattata, interventi su sonno e comorbidità, e quando indicato farmaci o chirurgia bariatrica come strumenti per ridurre la spinta biologica al recupero e aumentare la probabilità di mantenimento. Questo non rende il percorso “facile”, ma lo rende più realistico e, spesso, più gentile con la persona.

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Valerio Gamucci, nutrizionista

Autore - Valerio Gamucci

Biologo nutrizionista Theia, esperto in integrazione e nutrizione sportiva.

FAQ

1. Perché mi blocco anche se continuo a mangiare “bene”?

Dopo il dimagrimento il corpo può consumare meno energia e aumentare i segnali di fame. Questo rende più difficile continuare a perdere peso con lo stesso piano iniziale.

2. Riprendere qualche chilo significa che ho sbagliato tutto?

No. Le evidenze mostrano che il recupero parziale è frequente dopo programmi intensivi, soprattutto quando il supporto si riduce.

3. Cosa aiuta davvero a mantenere il peso perso?

Follow-up regolari, adattamenti progressivi del piano, attenzione a sonno e stress e, nei casi indicati, un approccio integrato con supporto farmacologico o chirurgico.

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