
In medicina, per “menopausa” si intende quella fase fisiologica della vita femminile che segna la fine definitiva delle mestruazioni e della capacità riproduttiva: la diagnosi arriva dopo 12 mesi consecutivi senza mestruazioni, se non ci sono altre cause che lo spiegano.
Il periodo di transizione, con cicli irregolari e sintomi fluttuanti, si chiama perimenopausa ed è spesso la fase più “rumorosa” dal punto di vista dei disturbi.
Esiste poi un capitolo a parte, più delicato, che è l’insufficienza ovarica precoce (menopausa “prima del tempo”), che richiede un inquadramento dedicato.
Dal punto di vista clinico la menopausa non è una malattia, ma un passaggio fisiologico; però può diventare un problema di salute quando i sintomi sono rilevanti o quando, nel tempo, cambiano alcune traiettorie di rischio, soprattutto per le ossa e per il profilo cardiometabolico.
Qui la differenza la fa un approccio realistico: trattare i sintomi in modo efficace e, parallelamente, investire sulla prevenzione che funziona davvero.
Sulle vampate (e sulle sudorazioni notturne) le società scientifiche non hanno molti dubbi: la terapia ormonale resta, in media, il trattamento più efficace.
Lo stesso documento sottolinea anche un concetto che spesso viene semplificato: rischi e benefici non sono “uguali per tutte”, ma dipendono da età, tempo dall’ultima mestruazione, tipo di terapia, via di somministrazione e dalla necessità o meno di associare un progestinico (se l’utero è presente).
Nelle donne sane sotto i 60 anni o entro circa 10 anni dall’inizio della menopausa, il bilancio rischio-beneficio tende ad essere più favorevole quando non ci sono controindicazioni: è la cosiddetta “finestra” in cui, in generale, l’uso della terapia ormonale è ragionevole perché i sintomi diventano impattanti sulla qualità di vita.
Anche NICE (National Institute for Health and Care Excellence) nell’aggiornamento (ultima revisione 7 novembre 2024), va nella stessa direzione: la terapia ormonale va proposta come opzione per i sintomi, con decisione condivisa e personalizzazione; e in molte situazioni la via transdermica (cerotti/gel) è preferibile quando l’obiettivo è ridurre alcuni rischi tromboembolici rispetto ai farmaci orali.
Se la terapia ormonale non è indicata o non è desiderata, esistono alternative non ormonali con evidenza solida: tra le opzioni prescrivibili, alcune classi di antidepressivi, gabapentin, ossibutinina e i farmaci che agiscono sui recettori NK3.

Molte persone si rassegnano alla secchezza vaginale o al dolore nei rapporti come se fosse una condizione inevitabile.
In realtà, per il cosiddetto genitourinary syndrome of menopause (GSM) esistono trattamenti spesso molto efficaci, e le linee guida concordano nel considerare appropriato un approccio progressivo: da idratanti/lubrificanti fino, quando indicato, a terapie locali (inclusi estrogeni vaginali) che possono essere usate anche a lungo con valutazione clinica.
Qui la differenza la fa anche il timing: intervenire prima, quando il problema è ancora reversibile, tende a migliorare qualità di vita e l’aderenza.
Uno dei temi più discussi in nutrizione e menopausa riguarda il consumo degli isoflavoni.
Gli isoflavoni della soia (genisteina, daidzeina, ecc.) sono fitoestrogeni: molecole vegetali che somigliano agli estrogeni e possono legarsi ai recettori estrogenici, ma in modo molto più debole rispetto agli estrogeni “veri” o alla terapia ormonale. In pratica, vengono percepiti come una possibile “via di mezzo” tra niente e terapia ormonale.
L’ evidenza è chiara e un po’ anticlimatica: una meta-analisi del 2024 conclude che, in media, gli isoflavoni non migliorano in modo significativo i sintomi complessivi e segnala criticità metodologiche (incluso rischio di conflitti d’interesse).
Una meta-analisi del 2025 trova invece un effetto modesto sul punteggio dei sintomi (Hedges’ g circa −0,25): significa che per alcune persone può essere percepibile, ma non è il tipo di beneficio che ci aspettiamo da una terapia efficace.
L’obiettivo della nutrizione in menopausa, però, non è “spegnere le vampate” ma è la prevenzione.
Sul fronte osseo, la perdita di estrogeni accelera la perdita di massa ossea e aumenta il rischio di osteoporosi e fratture nel tempo. Le linee guida cliniche sull’osteoporosi ricordano che, quando il rischio è alto, la prevenzione vera include la valutazione del rischio e, se necessario, terapia farmacologica.
L’obiettivo è quindi agire in modo preventivo tramite una corretta alimentazione e delle sane abitudini di vita.
Qui entra in gioco il tema, spesso confuso, di calcio e vitamina D.
NOGG 2024 raccomanda un apporto adeguato di calcio (con target minimo di riferimento, preferendo la dieta) e vitamina D, con supplementazione soprattutto quando c’è rischio o insufficienza.

Infine c’è il capitolo peso e massa muscolare: durante la transizione menopausale è comune accumulare più grasso viscerale e più difficoltà a mantenere massa magra.
La risposta nutrizionale non è una dieta estrema, ma un’alimentazione varia, sana, ricca di nutrienti, con proteine adeguate e qualità dei carboidrati/fibre, in un percorso sostenibile.
A questa, associare il resistance training (allenamento di forza con pesi, macchine o corpo libero) diventa una delle strategie più efficaci per proteggere salute e autonomia funzionale nel tempo.
Con il calo degli estrogeni aumenta la tendenza a perdere massa e forza muscolare e, in parallelo, l’osso può diventare più fragile: allenare la forza contrasta la sarcopenia e dà allo scheletro lo stimolo meccanico di cui ha bisogno per mantenere (e in parte recuperare) densità e qualità ossea, soprattutto a livello di anca e colonna.
In pratica, più muscolo significa più stabilità e meno cadute; più forza e carichi ben dosati significano ossa più “allenate” e un rischio più basso di fratture da fragilità, la vera complicanza clinica dell’osteoporosi.
Le linee guida insistono su questo perché il vero rischio è oscillare tra restrizioni aggressive e abbandono, perdendo proprio ciò che vogliamo proteggere: forza, aderenza e salute cardiometabolica.
No. Rischi e benefici dipendono da età, tempo dall’inizio della menopausa, tipo e via di somministrazione e condizioni individuali. In molte donne sane sotto i 60 anni o entro 10 anni dalla menopausa il bilancio può essere favorevole.
No. Le linee guida riconoscono opzioni non ormonali efficaci, come alcuni farmaci usati anche in altri contesti clinici, che possono ridurre i sintomi vasomotori.
In genere no. Gli isoflavoni possono avere un effetto lieve in alcune persone, ma non paragonabile alle terapie farmacologiche. La nutrizione è invece fondamentale per la prevenzione a lungo termine.
NICE NG23 (Menopause: identification and management - 2023)
The 2022 hormone therapy position statement of The North American Menopause Society
The 2023 nonhormone therapy position statement of The North American Menopause Society
The effects of psychological interventions on menopausal hot flashes: A systematic review
National Osteoporosis Guideline 2024