
Quando si parla di diabete, è ormai chiaro che l’alimentazione non è solo una questione di “dieta”, ma parte integrante della terapia. Che si tratti di diabete tipo 1 (T1D) o tipo 2 (T2D), le più recenti linee guida internazionali – dalle ADA Standards of Care 2025–2026 all’ISPAD per i più giovani – sono concordi: la Terapia Medico-Nutrizionale rappresenta un pilastro fondamentale della gestione clinica.
Non esiste una “dieta per il diabete” valida per tutti.
L’approccio moderno è altamente personalizzato: si parte dalle preferenze, dallo stile di vita, dal contesto culturale e dalla sostenibilità nel lungo termine. Ciò che conta è la qualità complessiva dell’alimentazione. Il modello mediterraneo, ricco di fibre, vegetali e grassi insaturi, resta il più raccomandato, ma sono accettabili anche altre scelte alimentari, purché ben strutturate e che tengano conto del bilancio energetico e delle necessità della persona.
Uno degli aspetti su cui si insiste di più è la qualità dei carboidrati. Gli alimenti a basso o medio indice glicemico e con buon contenuto di fibre sono associati a piccoli ma clinicamente rilevanti miglioramenti della glicemia e dei fattori di rischio cardiovascolare.
Questi aspetti nei pazienti con diabete vanno presi in considerazione, poiché hanno un impatto sulla velocità di assorbimento dei carboidrati, quindi su una maggior facilità nella gestione della glicemia.
Una questione spesso dibattuta riguarda i dolcificanti non calorici.
L’OMS nel 2023 ha sconsigliato il loro uso come strategia per il controllo del peso a lungo termine: non sembrano offrire reali benefici se non inseriti in un contesto di alimentazione sana. Questo perché non sono i principali responsabili della gestione del peso (non avendo calorie). Tuttavia, sono comunque utili per supportare dal punto di vista psicologico un percorso nutrizionale, agendo come un possibile aiuto indiretto.
Lo stesso vale per gli integratori: vitamine, minerali o fitoterapici non sono indicati se non ci sono carenze documentate.
Fa eccezione la vitamina B12, che va monitorata nei pazienti in trattamento prolungato con metformina.
Altro punto cruciale è la gestione del sodio, soprattutto nei pazienti con nefropatia diabetica. In questi casi, si raccomanda di limitare l’apporto di sale a meno di 2.3 grammi al giorno. In presenza di una malattia renale cronica moderata o avanzata (stadio 3–5), il fabbisogno proteico va attentamente bilanciato, rimanendo intorno a 0.8 g/kg al giorno.
Infine, non va dimenticata la gestione dell’ipoglicemia.
La cosiddetta “regola del 15” – 15 grammi di zuccheri semplici e controllo della glicemia dopo 15 minuti – rimane uno standard di riferimento. Con i sistemi di infusione automatizzata di insulina (AID), in alcuni casi può bastare una quantità inferiore di carboidrati rapidi.

Nel T1D, la gestione nutrizionale ruota intorno al conteggio dei carboidrati e alla capacità di calcolare con precisione il rapporto insulina/carboidrati, adattandolo ai pasti e all’attività fisica. L’educazione strutturata è indispensabile per sviluppare queste competenze, insieme all’utilizzo di tecnologie come i sensori CGM o i microinfusori con algoritmo.
Va inoltre considerato l’effetto dei grassi e delle proteine sulla glicemia post-prandiale. Questi nutrienti possono ritardare e prolungare l’iperglicemia dopo il pasto, richiedendo strategie mirate nella gestione del bolo insulinico.
Durante l’attività fisica, la prevenzione dell’ipoglicemia è una priorità. A seconda dell’intensità e della durata, possono essere necessari piccoli snack a base di carboidrati prima o durante l’esercizio, soprattutto se l’insulina in circolo è ancora attiva.
Un’altra condizione da tenere d’occhio è la celiachia, che può coesistere con il T1D in virtù della comune base autoimmune. Lo screening è raccomandato in presenza di sintomi, ma anche periodicamente nei bambini. In caso di sospetto fondato, la diagnosi può avvenire senza biopsia se i titoli anticorpali sono molto elevati e confermati da EMA positivi.

Nel T2D, il cambiamento dello stile di vita e l’obiettivo di una perdita di peso clinicamente significativa (anche solo del 5–10%) sono centrali. Tale riduzione può portare a un miglioramento marcato della glicemia e del profilo cardiometabolico. In casi selezionati, si può ricorrere a strategie più strutturate, come le very-low-calorie diets (VLCD) o programmi di sostituzione dei pasti.
Attenzione: protocolli di questo tipo vanno utilizzati esclusivamente con un supporto medico (endocrinologico) alle spalle. Le variabili da monitorare dal punto di vista clinico sono molte e procedere ad un approccio di questo tipo in forma autonoma è rischioso.
Diversi pattern alimentari possono essere utili, tra cui la dieta mediterranea, quella a basso indice glicemico o persino le diete low-carb, inclusa la chetogenica. Tuttavia, è fondamentale garantire una qualità nutrizionale adeguata e assicurarsi che il paziente sia in grado di aderire nel tempo.
La combinazione di una dieta molto povera di carboidrati con i farmaci SGLT2 inibitori può aumentare il rischio di chetoacidosi diabetica (anche in forma euglicemica), motivo per cui va valutata con cautela e gestita da un professionista esperto.

Esistono contesti in cui l’alimentazione richiede ancora più attenzione. Nelle gravidanze complicate da diabete (gestazionale o preesistente), è indispensabile un piano nutrizionale individualizzato, con obiettivi specifici sull’aumento di peso, conteggio dei carboidrati e adattamento delle dosi di insulina.
Durante il Ramadan o altri digiuni religiosi, va valutato attentamente il profilo di rischio della persona e va garantita un’educazione completa per affrontare i cambiamenti nella distribuzione dei pasti.
Negli anziani, infine, si pone l’accento sulla prevenzione di ipoglicemia e malnutrizione, con un’attenzione particolare all’introito proteico e alla semplicità del pattern alimentare.
Parlare di nutrizione nel diabete oggi significa parlare di terapia personalizzata, integrata, evidence-based e sostenibile. Le evidenze non ci dicono che esiste una dieta perfetta, ma che esistono tanti percorsi validi, se costruiti su basi solide. Il ruolo del nutrizionista, formato e aggiornato, è fondamentale per accompagnare le persone in questo percorso, adattando l’alimentazione alla loro storia, ai loro obiettivi e ai cambiamenti della vita.
Chi convive con il diabete ha bisogno di strumenti concreti, informazioni chiare e strategie realistiche. Non di estremismi.
Il cibo, se ben gestito, può tornare a essere un alleato quotidiano, non un nemico.
Non esiste una dieta migliore in assoluto. Le linee guida indicano che l’alimentazione va personalizzata in base a tipo di diabete, terapie, stile di vita e obiettivi clinici.
No. Vanno gestiti con attenzione, privilegiando quelli ricchi di fibre e a basso o medio indice glicemico, adattando quantità e distribuzione.
Possono essere un’opzione in casi selezionati, ma non sono superiori alle altre strategie e richiedono supervisione clinica, soprattutto in presenza di farmaci come insulina o SGLT2-inibitori.